Case, identità e relazioni: l'architettura secondo Barbara Del Brocco

Case, identità e relazioni: l'architettura secondo Barbara Del Brocco

Siamo cresciuti con l’idea che fossero soprattutto gli uomini a dover costruire una carriera e inseguire il successo professionale. Oggi, invece, ci sono tante donne che hanno realizzato e stanno realizzando i propri sogni, affermando la propria visione e raggiungendo traguardi importanti. È il caso di Barbara Del Brocco, architetto e PhD, che abbiamo avuto il piacere di intervistare per approfondire il suo modo di concepire l’architettura.

Passato e innovazione: in che modo questo filo conduttore rappresenta una costante nella sua architettura?

Sono interessata alle persone: a chi abita gli spazi, li attraversa, li interseca. E sono consapevole che non esiste uno sguardo neutro sull'architettura: ogni spazio è attraversato da identità, corpi, abitudini, differenze. Sono profondamente convinta che la bellezza possa - e debba - essere parte delle nostre vite, a partire proprio dagli spazi che abitiamo. Ma la bellezza non è mai astratta: è situata, concreta, legata a chi, quegli spazi, li vive. Lo spazio domestico è il luogo in cui ci riconnettiamo con noi stessi: è un nido, un rifugio, ma anche uno spazio di relazione. È dove accogliamo, cuciniamo, festeggiamo, ci prendiamo cura. E storicamente, proprio la casa è stata anche il luogo in cui si sono stratificate disuguaglianze, ruoli e aspettative – soprattutto per le donne. Nel mio lavoro cerco di portare consapevolezza su questo: progettare significa anche mettere in discussione modelli abitativi dati per scontati. Noi siamo la somma di tutte le case che abbiamo vissuto. Ogni spazio lascia una traccia emotiva che resta con noi. Con i miei committenti indago quali emozioni desiderano provare, ma anche come vogliono abitare: con quali ritmi, quali relazioni, quali libertà.

Ogni luogo porta con sé una storia. A livello progettuale, qual'è il dettaglio architettonico che, secondo lei, fa davvero la differenza?

I dettagli fanno la differenza quando sono parte di una narrazione. Non mi interessa inserirli perché sono “di tendenza”: le mode passano, mentre gli spazi restano. Un dettaglio può essere anche una scelta spaziale che rompe uno schema consolidato. Penso, ad esempio, alla cucina: per molto tempo relegata a spazio di servizio, oggi può diventare un luogo condiviso, visibile, relazionale. In un progetto recente ho lavorato su una cucina parzialmente schermata ma aperta sul soggiorno: una soluzione che permette intimità senza isolamento, e che riflette un modo più contemporaneo – e più equo – di vivere lo spazio domestico. Anche un colore, un materiale, un filtro visivo possono diventare dispositivi narrativi, capaci di restituire identità e appartenenza.

Come nasce un suo progetto? Quali sono le fasi e le ispirazioni che guidano il processo creativo?

I miei progetti nascono sempre dalle persone. Lavoro su spazi abitativi, quindi su vite, e ogni vita è diversa, stratificata, unica. Il processo inizia con una fase di ascolto molto approfondita: sottopongo un questionario e costruisco con i committenti una “biblioteca visiva” condivisa. Ma accanto a questo, cerco di intercettare anche aspetti meno espliciti: abitudini quotidiane, carichi di cura, modalità di convivenza. Uno sguardo attento alle differenze – di genere, di età, di cultura – mi permette di progettare spazi più inclusivi, più aderenti alla realtà. Indago i sogni legati alla casa, i ricordi delle abitazioni passate, i colori, gli odori, le atmosfere. È una fase quasi narrativa. Da qui costruisco la proposta progettuale: planimetrie, viste tridimensionali e moodboard. In un progetto per un appartamento destinato ad affitti turistici, ad esempio, ho lavorato sull’idea di accoglienza non stereotipata: uno spazio capace di parlare a persone diverse, evitando codici rigidi e proponendo invece un linguaggio aperto, accessibile.

Roma è spesso considerata la città per eccellenza. In che modo la sua identità e la sua stratificazione influenzano il suo modo di progettare?

Roma è una città complessa, stratificata, e anche profondamente gerarchica nei suoi spazi. Questa complessità si riflette nel modo in cui la viviamo. L’esperienza dello spazio romano è emotiva e potente: il Pantheon, con la sua misura assoluta; San Carlino alle Quattro Fontane, dove lo spazio si muove e coinvolge; il MAXXI, dove la fluidità contemporanea invita a perdersi. Ma accanto a questi grandi esempi, mi interessa anche osservare come le persone abitano Roma oggi: chi occupa gli spazi, chi ne resta ai margini, come cambiano i modi di vivere la città. Nel mio lavoro cerco di accogliere questa complessità e restituirla in forma ordinata, ma senza semplificarla. Progettare significa anche rendere leggibili le stratificazioni, senza cancellarle.

Quanto conta oggi la sostenibilità nel suo lavoro e come riesce a integrarla senza compromettere l’identità estetica dei suoi progetti?

La sostenibilità è sempre stata parte del mio percorso: il mio dottorato, nel 2007, era incentrato su materiali e tecnologie. Oggi però mi interessa soprattutto la sostenibilità sociale. Questo significa progettare spazi inclusivi, attenti alle differenze, capaci di adattarsi nel tempo alle trasformazioni della vita. Una prospettiva intersezionale mi aiuta a tenere insieme più livelli: genere, età, cultura, condizioni di vita. Non esiste un abitante “tipo”, e quindi non può esistere uno spazio standard. Credo che non ci sia contraddizione tra sostenibilità ed estetica: quando un progetto nasce da un ascolto autentico, diventa naturalmente sostenibile. È uno spazio che dura, perché è giusto per chi lo abita.

Credits Barbara Del Brocco

Intervista a cura di
Beatrice Manocchio

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