Costruire il bello: fortunArchitetti tra ricerca e identità del progetto
Share
Spazi, committenze, materiali, emozioni, cosa rende un progetto architettonico bello? L’arch. Edoardo A. Fortuna di fortunArchitetti ne ha parlato in questa intervista, in cui ha raccontato la sua visione e in che modo si approccia al lavoro e al cliente. Nessuna opera riesce senza un rapporto di fiducia e dialogo con la committenza.
Qual è la visione principale che ha guidato lo sviluppo dello studio nel corso del tempo?
È una domanda interessante perché l’inizio fu un po’ travagliato, sebbene sia figlio d’arte, e questo ha naturalmente avvantaggiato il mio percorso. La mia Laurea arrivò nel lontano 2010, nel pieno della crisi dovuta al crollo della Lehman Brothers. Ricordo che un imprenditore al tempo mi disse una frase che ho sempre portato con me: “Sei fortunato a iniziare ora” disse, “se superi questo momento vedrai che non avrai più paura niente”.
Ebbi molto a riflettere su quelle parole e da lì nacque la mia visione: fortunArchitetti non doveva essere un servizio tecnico di progettazione ma una continua ricerca del “bello”, del “gradevole”, del virtuosismo architettonico. Tutti apprezzano il bello, tutti noi sogniamo una bella casa, un bel panorama, prendere un drink in un bel bar. Siamo il popolo più fortunato del mondo perché siamo nati circondati dalla bellezza del patrimonio artistico italiano, il bello ce l’abbiamo dentro, nel nostro DNA.
Da questo pensiero nasce la nostra filosofia, l’opera non viene intesa come un mero servizio professionale al cliente, bensì come un’opportunità di realizzare qualcosa che vada oltre il tradizionale servizio tecnico per trascendere nell’estetica dell’architettura. Oggi come allora ho sempre sostenuto questo concetto: “non costruisco per i clienti, cerco clienti per costruire”, questa è la visione che abbiamo sempre cercato di portare avanti e che portiamo avanti tuttora, cercare clienti affinché ci sia data la possibilità di fare del mondo un posto più bello.
In che modo l’esperienza maturata ha cambiato il modo di guardare l’architettura oggi?
Più che di esperienza forse parlerei di consapevolezza, il settore dell’architettura è talmente vasto che io diffiderei degli “esperti”, perché semplicemente non esistono. Il mondo delle costruzioni è in una fase di continua evoluzione tecnologica e concettuale iniziata intorno alla metà del 1800 e ad oggi sembra molto difficile che si interrompa.
Come ci si può definire esperti di un determinato materiale o di una determinata tecnologia che magari sono state introdotte sul mercato l’altro ieri? A questo va aggiunto il quadro normativo che nel nostro settore è continuamente in evoluzione, ogni dieci anni circa vengono aggiornate le normative sulla sismica, ogni tre o quattro anni muta il quadro normativo sull’urbanistica, parlare di esperienza in architettura secondo me è relativo.
Certo magari oggi posso disporre di risposte più pronte su determinati temi: sul come approcciare uno schema strutturale di un edificio o sui costi indicativi di un intervento, ma definirei tutto ciò consapevolezza e non esperienza. Mio padre è solito dire che “L’esperienza non si impara e non si insegna, semplicemente si fa”, e un architetto può fare esperienza anche nel suo ultimo giorno di attività professionale.


Come nasce un progetto e quando si può dire che uno spazio è davvero “finito”, cioè capace di comunicare ciò che deve? Qualche esempio?
Il processo che porta alla nascita di un progetto è diverso per ogni professionista ed è diverso anche per ogni progetto. Non nascondo che a volte capita di visitare un sito e in pochi minuti hai già tutto in testa e devi solo riportarlo su carta, altre volte hai un progetto dentro e non viene fuori, sei lì con il tuo bel disegnino colorato e con i render ma senti che ciò che stai facendo non è la giusta via. Poi magari all’improvviso guardi la tv o discuti al bar e come per magia appare tutto in un lampo, un flash nella tua mente che ti apre a un’altra prospettiva e all’improvviso sai qual è il percorso da intraprendere.
Oltre ciò ci sono altri fattori di natura prettamente tecnica e di contesto ambientale. Naturalmente se pensiamo a un edificio al mare, uno in montagna ed uno in centro città si può ben comprendere come si stia parlando di tre soluzioni totalmente diverse. Ciò che posso affermare è che cerco di rappresentare sempre io la prima bozza senza condizionamenti esterni del cliente.
Difatti ogni volta che mi viene commissionata un’opera tendo sempre a evitare di sapere come il cliente vuole il prodotto finale, poiché quello che cerco di imprimere è la mia visione, poi ovviamente il prodotto finale è sempre frutto di un lungo dialogo e scelte condivise con la committenza. Lo ritengo un passo necessario affinché un progetto funzioni, se non instauri un rapporto di fiducia con il cliente, non riesci a farti seguire, non riesci ad indicargli qual è la migliore soluzione per il suo contesto, non farai mai un bel progetto.
Ma non farai mai un bel lavoro neanche se ti limiti a riportare su carta ciò che la committenza ti chiede. Come diceva Adolf Loos: “Il nostro lavoro non è dare al cliente ciò che vuole, ma ciò che non ha mai osato sognare”.
In che modo lo studio affronta la progettazione di edifici pubblici per rispondere ai bisogni della collettività e migliorare la qualità della vita delle persone? Anche qui, facciamo degli esempi?
La progettazione degli spazi o edifici pubblici è una delle cose più stimolanti che ci siano, perché in quel caso il tuo lavoro è misurabile. Spiego meglio il concetto, come dice l’Arch. Piano: “L’architettura tra le arti è la più difficile in quanto è un’arte imposta: puoi scegliere se comprare o non comprare un quadro, puoi scegliere se ascoltare o no una canzone. Con quel brutto edificio che ti hanno realizzato davanti a casa ci devi convivere tutti i giorni.”
Cos’è quindi che dà la misura del tuo lavoro? La fruizione dello spazio da parte dei cittadini. Uno spazio pubblico ben progettato è un progetto riuscito quando viene realmente vissuto dalla cittadinanza.
Anche qui, viene in soccorso la nostra italianità. Gli architetti italiani sono ricercati in tutto il mondo perché portano in dote il concetto di umanesimo che è intrinseco nei nostri borghi e nei luoghi in cui siamo cresciuti. Una piazza, una chiesa ed un bar e hai creato una comunità. È inseguendo questa filosofia che basiamo la nostra progettazione degli spazi pubblici.

Qual è il ruolo dei materiali nel raccontare l’identità di un progetto architettonico?
I materiali sono fondamentali poiché alla fine rappresentano il linguaggio con cui il progetto viene raccontato. Prendiamo un qualsiasi progetto finito, cambiamo i materiali di finitura e avremo un’immagine totalmente diversa: un’abitazione con un parquet, pareti tonalizzate, luci calde che trasmettono un’immagine di confort, di accoglienza, se in quello stesso ambiente mettiamo un gres, delle pareti bianche e delle luci fredde abbiamo un ufficio.
Crediamo molto nell’importanza dei giusti materiali per avere la giusta funzione che stiamo cercando, crediamo molto nella dignità del materiale stesso. Louis Kahn era solito dire: “Un mattone ha diritto ad ambire di essere più di un semplice mattone”. Personalmente detesto come oggi vengano rinvenuti sul mercato i più svariati prodotti “effetto parquet”, “effetto cemento”, “effetto corten” o “effetto con qualsiasi parola attaccata dietro”. Crediamo che attraverso l’autenticità del materiale si trasmetta l’autenticità del progetto.
Credits: fortunArchitetti
Intervista a cura di Beatrice Manocchio