L’altra faccia dell’architettura: l’approccio progettuale di DDARCH

L’altra faccia dell’architettura: l’approccio progettuale di DDARCH

Spesso l’architettura viene raccontata attraverso progetti spettacolari, dove stupire sembra essere l’obiettivo principale. Poi ci sono realtà come DDARCH che, lavorando quasi esclusivamente con una clientela istituzionale, smontano questo immaginario e ci mostrano un altro volto dell’architettura: più essenziale, funzionale e profondamente legato alle esigenze reali di chi vive gli spazi.

Ne abbiamo parlato con l’Arch. Daniele Dell’Aguzzo che ci ha illustrato nel dettaglio l’approccio del suo studio e la visione che, da anni, rende DDARCH una realtà distintiva nel panorama dell’architettura.

Qual è la missione dello studio e quali valori guidano il vostro approccio all'architettura e al design?

Lavoriamo quasi esclusivamente con clientela istituzionale, fondi e SGR del real estate, committenze private di alto livello. Non deriva da una scelta di mercato, ma da una scelta di metodo alla base. Chi investe seriamente vuole avere certezze su fattibilità, tempi e costi, e ha bisogno di un interlocutore che gli dica anche ciò che è scomodo. Restituire al committente lo strumento di decisione che gli serve, prima ancora del progetto formale, è la nostra missione operativa. DDArch nasce dall'idea che il mestiere dell'architetto, oggi, in Italia, non sia più solo disegnare spazi da vivere. È tradurre esigenze, desideri e anima del luogo in forma costruita. Esigenze e desideri sono quelli del committente, ciò che cerca davvero, che non sempre coincide con ciò che dichiara di volere. L'anima del luogo è il genius loci nella sua versione operativa, cioè non come categoria estetica ma come somma di vincoli, materie e memorie con cui ogni progetto deve fare i conti. Il nostro stile, se così lo si vuole chiamare, è ciò che fa di queste due dimensioni un linguaggio coerente e riconoscibile. 

Come nasce un vostro progetto, dall'idea iniziale fino alla realizzazione finale? Quali sono le fasi più importanti del processo creativo? Può farci esempi di lavori?

Il primo gesto, prima di qualsiasi schizzo, è l'audit del cliente. Capire cosa cerca davvero, di cosa ha bisogno al di là di ciò che dichiara, quali sono la sua visione e la sua missione, e il budget a disposizione. Subito dopo arriva la lettura del luogo: zoning urbanistico, carta della qualità, vincoli sovraordinati, preesistenze materiali e documentali. In Italia, e a Roma in particolare, questa lettura iniziale racconta in pochi giorni cosa il sito può accogliere e cosa no. Se l'ipotesi del cliente non passa il primo filtro, lo deve sapere in settimana uno, non al sesto mese. Le fasi operative che seguiamo in un iter completo sono sostanzialmente cinque: due diligence tecnica e urbanistica, strategia di valorizzazione, concept architettonico, sviluppo progettuale e autorizzativo, controllo della fase esecutiva. Dentro queste cinque, due passaggi sono quelli dove la qualità del lavoro si decide. Il momento del concept competitivo, dove tre o quattro ipotesi tipologiche si tagliano presto e molto. E il momento dello sviluppo in loop con le competenze interdisciplinari, dove ciò che torna indietro da strutture, impianti, sostenibilità o sicurezza modifica spesso il concept stesso. È un loop, non una catena. 
Una nota sul rapporto col cliente, perché è metà del mestiere e si racconta poco. Non diciamo al cliente che ha torto: gli mostriamo la sua soluzione con i suoi limiti, accanto alla nostra con le evidenze. La decisione resta sua, ma informata. È l'unico modo serio di lavorare con fondi e SGR, dove la consulenza tecnica non è validazione di una decisione presa, è strumento di una decisione da prendere.

Cito tre lavori, diversi per scala e per tipologia. L'Accademia Costume e Moda, realizzata per conto di Azimut Libera Impresa SGR negli ex magazzini MAS dismessi a Piazza Vittorio, in una zona di Roma con grandi potenzialità e ancora molto lavoro di rigenerazione urbana da apportare, ha richiesto di leggere la memoria industriale dell'edificio come strato operativo, non come vincolo sentimentale. La sfida era trasformare un contenitore commerciale dismesso in un campus didattico di alta formazione, vivo, con esigenze distributive, acustiche e di flusso che il manufatto industriale non era nato per ospitare.

Le Logge di Baucis, concorso di architettura bandito dalla banca BCC nel quadrante EUR, sono un altro caso, quello che meglio esemplifica il nostro modo di lavorare per stratificazione. Il primo strato è il genius loci dell'EUR razionalista, blocchi pesanti di travertino alleggeriti dalle logge che ritmano la facciata. Il secondo è la materia autentica di Roma, tradotta in un velo di pizzo in terracotta che copre e riscalda i volumi, memoria dei coppi sui tetti e delle anfore romane rielaborata come pelle filtrante climatica. Il terzo è la stratificazione urbana, evocata dalla piastra sospesa su pilotis-trampoli, e qui il riferimento è la Bauci delle Città invisibili di Calvino, una città che osserva il mondo mantenendo distanza fisica e simbolica dal suolo. Sopra a tutto questo si appoggia un quarto livello, che attraversa gli altri tre: l'anima del committente e di chi quello spazio andrà ad abitare. Una residenza esclusiva non è un volume astratto, è un'idea precisa di vita domestica romana che il progetto ha il compito di tradurre.

Il Surf Park, su cui posso dire poco essendo coperto da NDA, è invece un'operazione di scala territoriale: il tema è l'integrazione di un'infrastruttura tecnica complessa con la qualità del paesaggio. Due mondi che di norma si ignorano, e che invece, quando ci si lavora seriamente sopra, possono diventare un solo strato compositivo.

Il filo comune dei tre progetti, al di là della scala urbana, è sempre lo stesso: leggere ciò che il luogo già rileva, integrarlo con l'anima di chi quel luogo lo abiterà, aggiungere uno strato contemporaneo che non cancella i precedenti ma li rende leggibili. Aggiungo, perché senza questo il resto sarebbe teoria, una componente che riteniamo centrale dello stile DDArch: la pragmaticità di individuare strategie, soluzioni e compromessi per rendere la visione realtà dentro i tempi e i costi che il real estate contemporaneo detta come vincoli assoluti. Tempistiche lunghe, varianti di costo fuori controllo, architettura che non sostiene più le dinamiche di mercato: sono i rischi su cui le visioni più belle si infrangono. Il nostro mestiere, accanto alla lettura colta del luogo, è prevenirli.

Che funzione ha la luce nei vostri progetti e in che modo contribuisce a definire gli spazi e le emozioni? Può farci qualche esempio di progetti realizzati?

La luce, per chi lavora a Roma e nel Mediterraneo, non è mai stata un effetto. È un materiale architettonico al pari del pieno e del vuoto: scolpisce le forme, rileva la materia. È così dall'architettura imperiale in poi, e non c'è ragione perché oggi sia diverso. Per noi la luce entra nei progetti come una grandezza misurabile, orientata, dotata di intenzione. Non come impianto illuminotecnico da risolvere all'ultimo modulo. Ci sono tre domande che poniamo al sito prima ancora di pensare al primo lampadario: da dove entra il giorno, come si comporta nelle ore non di picco, dove fa cadere il buio. La quarta domanda, quella sull'illuminazione artificiale, viene dopo, e dipende dalle prime tre. Per molti committenti, abituati a discutere il progetto luce a piano già definito, è un'inversione che spiazza. Per noi è metodo: la luce ridefinisce la pianta, non la decora.

Sulle Logge di Baucis questo principio è arrivato fino al dettaglio costruttivo. La pelle filtrante in cotto che riveste i volumi non è solo un dispositivo climatico, è un dispositivo luminoso. La luce diretta filtrata a grana variabile fa risaltare la massa del travertino sottostante e riscrive l'orientamento percepito delle facciate nelle diverse ore della giornata. Negli appartamenti il regime luminoso cambia in modo significativo tra il mattino e il tramonto: gli spazi attraversano ogni giorno tre o quattro stati luminosi diversi, ciascuno coerente con un momento d'uso. È esattamente l'opposto di un interno appiattito da illuminazione artificiale uniforme.

All'altro estremo della scala, in un progetto in corso a Palazzo Sturzo all'EUR, ex sede della Democrazia Cristiana firmata da Saverio Muratori nel 1955, di cui curiamo per Kryalos SGR il restyling integrale, stiamo realizzando anche il fit-out dello showroom EyeCube dedicato alla visione sistemica. Qui un sistema di sensori regola in autonomia luce e ventilazione secondo il flusso degli utenti e le condizioni atmosferiche esterne, dialogando anche con gli espositori di occhiali intelligenti, di cui regola l'intensità luminosa al passaggio dell'utente. La domotica, in un edificio razionalista del 1955, non è un layer di tecnologia che si appoggia: è una continuazione coerente del rigore funzionale e delle teorie sul riuso contemporaneo che Muratori stesso aveva impostato settant'anni fa.

L'illuminazione artificiale, nei nostri progetti, arriva alla fine. Serve a continuare il giorno, non a sostituirlo. Quando di sera entri in un edificio fatto bene, la luce artificiale deve sembrare la prosecuzione naturale del giorno appena finito. Quando l'edificio è fatto male, invece, l'illuminazione artificiale viene chiamata a coprire errori di progetto a monte. È, va detto, l'uso più frequente che si vede negli interni hospitality italiani. Tre lampade in più non hanno mai salvato un edificio in cui la luce naturale era stata trattata come variabile residuale.  

In che modo il contesto urbano e culturale di Roma influenza le vostre scelte progettuali?

Roma è la nostra sede e la nostra disciplina, in un senso quasi etimologico: disciplina come scuola e come limite. Tremila anni di storia stratificata, una specificità culturale che nessun altro contesto urbano europeo può vantare, e che impongono una scelta operativa precisa: rispettare ogni strato senza farsi paralizzare da nessuno. Lavorare a Roma significa fare i conti, ogni giorno, con un tessuto urbano che non è mai neutro. Ogni intervento è già anticipato dalla pratica di chi è venuto prima. Questo non è un peso, è una condizione di partenza che impedisce ogni gesto autoreferenziale: a Roma l'architettura contro la città non funziona, perché la città ha sempre l'ultima parola.

C'è poi un dato burocratico che spesso viene presentato come ostacolo e che invece è scuola di problem solving di alto livello. Su un'operazione di real estate romana può capitare di dover dialogare contemporaneamente con cinque o sei enti sovraordinati: Soprintendenza Statale, Sovrintendenza Capitolina, autorità paesaggistiche, Comune, Regione, e Stato a vario titolo. Nessuna città europea ha questa stratificazione di competenze. Per chi cerca un mercato semplice è un disincentivo. Per chi resta a lavorarci, diventa una palestra: per noi romani è sopravvivenza districarsi tra vincoli e procedure. Ed è proprio qui che si forma la generazione di tecnici che poi si rivela utile altrove, perché chi sopravvive a Roma è leggero ovunque. L'episodio del fabbricato dei dieci milioni di cui parlavo all'inizio è in fondo una storia romana: la stratificazione che si manifesta sotto i piedi prima che sopra.

Da questo lavoro quotidiano nasce una formula che ci accompagna in ogni commessa: trasformare i vincoli in plus. Un caso vivo. Stiamo realizzando un hotel di prossima apertura a Largo di Torre Argentina, quaranta camere per un operatore internazionale, in un edificio sottoposto a vincolo diretto della Soprintendenza per il valore storico-artistico dei suoi soffitti a cassettoni lignei. In collaborazione con la Soprintendenza non solo stiamo preservando quei soffitti: ne stiamo facendo il punto forte dell'identità dell'hotel.

Come integrate innovazione, sostenibilità e tradizione nei vostri lavori per rispondere alle esigenze contemporanee?

Il modo in cui questa domanda è di solito formulata contiene una premessa che vorrei smontare: che innovazione, sostenibilità e tradizione siano tre vettori distinti da bilanciare. Per il nostro studio non lo sono. Sono tre nomi diversi della stessa cosa, quando il progetto è fatto bene. Quando uno dei tre viene trattato come obiettivo separato, l'unità del progetto si perde, e tutti e tre, paradossalmente, peggiorano. La sostenibilità, anzitutto, non è un capitolo da aggiungere a fine progetto. Un edificio sostenibile è un edificio che fa il suo lavoro nel modo più semplice possibile: orientato bene, con masse murarie adeguate, con ombre nei punti giusti, con impianti dimensionati sull'uso reale e non sul capitolato standard. Questo è già razionalismo, è già tradizione costruttiva italiana ben praticata. Le tecnologie certificative come LEED, BREEAM e CAM entrano nel progetto come verifica e come obbligo normativo, non come dispositivo di virtù. Per noi sostenibilità seria è non costruire ciò che non serve e far durare ciò che si costruisce. Il resto è marketing. Le certificazioni non sono la sostenibilità, ne sono un proxy commerciale.

L'innovazione, allo stesso modo, non è la tecnologia per la tecnologia. Non è la domotica per virtù, non è il fotovoltaico forzato sull'edificio tutelato, non è l'app che controlla le tende. Innovazione, per noi, è la disposizione a non ripetere soluzioni già viste quando il caso specifico le rende inutili. Quando alle Logge di Baucis abbiamo deciso di costruire la pelle dell'edificio con il cotto romano, lo stesso materiale dei coppi e delle anfore, ridisegnato come schermo filtrante climatico, lo abbiamo fatto perché era la soluzione più economica di significato che il progetto richiedeva. Il cotto è un materiale eterno: usarlo per fare un lavoro nuovo è la nostra idea di innovazione.

La tradizione, infine, non è il vincolo storicista. È la continuità con un mestiere che in Italia ha duemila anni di pratica e quaranta di razionalismo serio. Riprendere oggi la severità materica di Scarpa, le proporzioni di Albini, le sezioni di Muratori, non è citazione: è apprendistato. Lavoriamo dentro questa scuola, non nei suoi pressi. Vale la pena chiudere su un punto pratico. Il committente contemporaneo, soprattutto quello istituzionale che è il nostro, ci chiede sempre meno effetti e sempre più affidabilità. Tre, cinque, dieci anni dopo il taglio del nastro, l'edificio deve continuare a funzionare meglio di come l'abbiamo lasciato. Quella è l'unica vera misura, e la più difficile da mantenere. Tutto il resto, se serve a quello, è benvenuto. Se non serve, è solo zavorra.

Credits DDArch
Intervista a cura di Beatrice Manocchio

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