La forma dell'ascolto. L'anima di Alima Studio.
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Quando ci siamo imbattuti in Alima Studio la prima cosa che ci ha colpiti è stata l’originalità del nome. Ci siamo chiesti quale significato racchiudesse e abbiamo scoperto una visione che guarda oltre i confini, supera i preconcetti e con coraggio mette al centro la propria filosofia, fatta di ascolto, autenticità e ricerca. Ne abbiamo parlato con la fondatrice, Ippolita Curto, che ci ha raccontato com’è è iniziato il percorso dello studio, il valore del lavoro di squadra e il suo modo di intendere l’architettura come spazio che accoglie le persone prima ancora dei progetti.
Uno studio formato da sei architette: quali sono i punti di forza di una squadra tutta al femminile e come nasce questa scelta?
Non è nata come una scelta ideologica. È nata per affinità: nel tempo ho costruito relazioni professionali con persone che lavoravano nel mio stesso modo, con la stessa attenzione al dettaglio, la stessa capacità di stare dentro la complessità di un progetto senza perdere di vista la pelle del cliente. Il fatto che fossero tutte donne l'ho registrato dopo, l’ho dedotto. Con me ci sono: Arch. Stefania Cianflone, Arch. Antonella Schiavo, Arch. Ylenia Luchetta, Arch. Ylenia D’Aniello, Arch. Mariangela Calabrese. Detto questo, c'è qualcosa che una squadra femminile porta in modo quasi naturale: una propensione all'ascolto come metodo, una certa capacità di tenere insieme più variabili contemporaneamente senza gerarchizzarle in modo troppo rigido, e una certa onestà nel dire quando qualcosa non funziona. In un settore che per decenni ha premiato l'autorevolezza formale più della qualità reale del risultato, lavorare così è ancora una scelta controcorrente.
Dal 2012 ha iniziato a lavorare anche da remoto, una scelta molto innovativa per il settore in quel momento. Progettare a distanza richiede un metodo preciso: quali sono gli elementi fondamentali perché funzioni?
Nel 2012 i social non esistevano nel senso in cui li conosciamo oggi. Non c'era una piattaforma su cui mostrare il proprio lavoro, costruire una presenza, farsi trovare. Per acquisire clienti a distanza dovevo pagare: esistevano società che mettevano in rete i professionisti con i potenziali clienti, e quella mediazione aveva un costo reale. Ho lavorato così per anni, e quella esperienza mi ha insegnato qualcosa che oggi do per scontato ma che allora non lo era affatto: il valore di un contatto. Quando i social hanno reso possibile raggiungere le persone in modo diretto, ho capito immediatamente cosa significasse, proprio perché avevo esperienza del contrario.




Sul metodo: la progettazione a distanza funziona se la comunicazione visiva è impeccabile. Il cliente deve poter vedere, capire e approvare senza che tu sia nella stanza con lui. Questo richiede rendering di qualità, tavole chiare, un sistema di presentazione che non lasci spazio all'ambiguità. Richiede anche una gestione del rapporto molto più strutturata: le aspettative vanno definite per iscritto, i tempi di risposta vanno rispettati, la fiducia si costruisce attraverso la precisione e la costanza, non attraverso la presenza fisica.
Il vostro approccio unisce competenza tecnica e sensibilità emotiva: come si traduce questo equilibrio nel lavoro quotidiano e nel rapporto con i clienti?
La parola equilibrio mi convince fino a un certo punto, perché suggerisce che le due cose stiano su piatti separati e che il lavoro consista nel tenerle bilanciate. Non funziona così, a mio parere. La competenza tecnica è il contenitore dentro cui la sensibilità può operare senza diventare troppo arbitraria. Sapere come si comporta un materiale, come funziona una normativa, come si gestisce un cantiere: tutto questo è ciò che permette di fare scelte coraggiose senza mettere a rischio il risultato. Nel rapporto con i clienti questo si traduce in una cosa sola: traduzione dell’ascolto prima, progetto dopo. "L'intimità ha bisogno di un nido" Bachelard ci dice. Significa che proprio come la vita richiede uno spazio fisico da cui partire, i sogni richiedono anche i propri spazi immaginari, le loro chimere, per essere in grado di volare. Capire cosa vuole davvero una persona richiede di andare oltre quello che dice, di restare con la domanda più a lungo di quanto sembri necessario. Il disegno viene quando ho abbastanza chiarezza su chi abiterà quello spazio, su tutte le persone che vivranno quegli spazi.


Ha dichiarato che nei vostri progetti scegliete materiali capaci di invecchiare bene: cosa significa questa scelta e cosa cercate quando selezionate un materiale?
Significa scegliere materiali che tra vent'anni non sembreranno vecchi ma solo più maturi. C'è una differenza sostanziale. Un materiale che invecchia male porta i segni del tempo come deterioramento: si consuma, si scolora, perde coerenza o compattezza. Un materiale che invecchia bene porta i segni del tempo come storia: acquista profondità, si patina, racconta. Pietra, legno massello, intonaci naturali, ottone non trattato: sono scelte che richiedono più cura nella fase iniziale e restituiscono molto nel lungo periodo. Nella selezione guardo sempre tre cose: come si comporta il materiale in quel contesto specifico, come dialoga con la luce di quello spazio, e cosa comunica a livello tattile oltre che visivo. La qualità di una superficie si percepisce anche senza toccarla, ma quando la si tocca deve confermare quello che l'occhio aveva già capito.



Nel 2026 ha creato Archissimo Club Progettisti: da quale esigenza nasce questo nuovo progetto e quali risultati sta ottenendo questa esperienza di condivisione e formazione?
Nasce da una constatazione che ho maturato in vent'anni di lavoro e di confronto con altri professionisti. In Italia la formazione per architetti e designer è abbondante sul piano tecnico e quasi assente su tutto il resto: come costruire un posizionamento riconoscibile, come gestire un cliente difficile, come comunicare il proprio lavoro senza snaturarlo, come tenere insieme la qualità progettuale e la sostenibilità economica dello studio. Sono competenze che si acquisiscono per tentativi, spesso pagando errori costosi. Ho pensato che fosse possibile trasmetterle in modo diverso: non con corsi frontali, ma con un affiancamento quotidiano, contenuti immediatamente applicabili, una comunità di professioniste che lavorano negli stessi contesti e si riconoscono negli stessi problemi. Il Club eroga contenuti ogni giorno, alterna tecnica e visione, e tiene insieme la pratica del cantiere con quella della crescita professionale. I risultati che osservo non sono tanto nei numeri quanto nella qualità del cambiamento: professioniste che iniziano a lavorare con più metodo, a comunicare con più chiarezza, a prendere decisioni con più consapevolezza.
Credits: Arch. Ippolita Curto - Alima Studio
Intervista a cura di Beatrice Manocchio