Luce, equilibrio e matericità: il linguaggio architettonico di Luca Pontillo

Luce, equilibrio e matericità: il linguaggio architettonico di Luca Pontillo

L’architettura è un mondo a parte, dove ogni professionista interpreta spazi, dettagli, materiali e desideri del committente. Ed è proprio da questo dialogo che nasce, nella maggior parte dei casi, un progetto unico e ben realizzato. In questo equilibrio si ritrova quell’armonia di cui ci ha parlato l’architetto Luca Pontillo in questa intervista. 

Come definiresti la tua architettura in tre aggettivi, e perché?

Direi elegante, equilibrata ed autentica. Elegante perché credo in un’estetica mai urlata, fatta di proporzioni, materiali e luce più che di eccessi. Equilibrata perché per me un progetto deve sempre mettere in relazione bellezza, funzionalità e benessere di chi vive gli spazi. Autentica perché non amo seguire le mode in modo sterile: ogni progetto deve raccontare qualcosa di reale, avere un’identità precisa e nascere dal contesto e dalle esigenze delle persone che lo andranno a vivere. 

In che modo la natura entra nella tua architettura? 

La natura entra soprattutto attraverso la luce, i materiali e il rapporto tra interno ed esterno. 
Cerco sempre di progettare spazi che respirino, che abbiano continuità visiva con l’esterno e che trasmettano una sensazione di calma e benessere. Anche in contesti urbani molto densi, credo sia fondamentale ricreare una connessione con elementi naturali o, quando questo non è possibile, con elementi capaci di evocarla: verde, texture materiche, forme organiche, tonalità calde e uno studio attento della luce, sia naturale che artificiale.  Non penso alla natura come semplice decorazione, ma come parte integrante dell’esperienza abitativa.  Per me non si tratta semplicemente di inserire delle piante in uno spazio, ma di creare atmosfere che riescano a trasmettere equilibrio, comfort e autenticità. 

Nel linguaggio architettonico, cosa significa per te “armonia”? 

Per me armonia significa far convivere elementi diversi in modo naturale per tradurre i diversi aspetti della personalità dei committenti. È quel momento in cui proporzioni, materiali, colori, volumi e funzioni dialogano tra loro senza che nulla prevalga in maniera forzata, emozionando con equilibrio senza bisogno di ostentare. Un ambiente armonioso si percepisce immediatamente: ti fa stare bene, anche senza capire esattamente il perché. 

Come bilanci estetica e funzionalità nei tuoi lavori? Ci fai qualche esempio? 

Per me estetica e funzionalità non dovrebbero mai essere separate. Un progetto davvero riuscito è quello in cui la bellezza nasce anche dal modo in cui uno spazio funziona. Infatti, il mio primo approccio con il cliente si fonda sempre su due domande fondamentali. La prima riguarda la funzione: quanti bagni, camere, spazi studio o che tipo di cucina immagina per la propria casa ideale.

La seconda riguarda invece l’estetica: chiedo spesso immagini di ispirazione, atmosfere, materiali o dettagli nei quali il cliente si identifica. Da lì inizia il vero lavoro progettuale. Soprattutto nei progetti residenziali, cerco spesso di ripensare completamente la distribuzione interna per rendere gli ambienti più fluidi, luminosi e vivibili, valorizzando al massimo il potenziale dell’immobile.

Mi interessa molto il concetto di trasformazione intelligente dello spazio: pochi metri quadrati, se progettati bene, possono trasmettere una qualità abitativa superiore rispetto a spazi più grandi ma privi di equilibrio e identità. 

Qual è il dettaglio che, secondo te, fa davvero la differenza in un progetto? 

La luce e la percezione dello spazio. Più ancora dell’arredo o del materiale, credo sia la luce - naturale e artificiale - a determinare l’atmosfera di un ambiente. La differenza spesso sta in dettagli apparentemente invisibili: una quinta studiata bene, un taglio luminoso, la continuità di un materiale, oppure il modo in cui si apre una prospettiva entrando in casa. Sono elementi che non sempre si notano immediatamente, ma che fanno percepire uno spazio come più sofisticato, armonioso e persino più ampio.

Ci sono architetti o correnti che hanno influenzato il tuo modo di progettare?

In realtà, non ho un vero e proprio architetto o designer di riferimento. Vengo da una formazione molto analitica, essendo laureato in Ingegneria Edile-Architettura, ma la mia sensibilità verso l’estetica, la moda e, più in generale, la ricerca della bellezza, mi ha progressivamente avvicinato alla figura dell’architetto più che a quella dell’ingegnere. Sicuramente il minimalismo contemporaneo, l’architettura mediterranea e alcuni stilemi classici reinterpretati in chiave moderna influenzano molto il mio modo di concepire gli spazi. Mi affascina l’idea di un lusso fatto di equilibrio, matericità e semplicità, più che di eccesso. Trai miei colleghi apprezzo coloro che hanno la capacità di lavorare sulla percezione emotiva dello spazio attraverso luce, proporzioni, materiali naturali e identità progettuali sempre autentiche e diverse tra loro. Al contrario, non amo quelli che propongono lavori troppo standardizzati o progetti che diventano repliche continue dello stesso linguaggio estetico, giustificati dall’idea di avere uno “stile riconoscibile”. Credo che lo stile personale debba esistere, ma debba anche sapersi adattare e reinterpretare in funzione del luogo, del contesto e delle persone per cui si progetta.  È per questo che non cerco mai di replicare un’estetica precisa, ma di costruire un linguaggio personale che unisca eleganza contemporanea, funzionalità e valorizzazione dell’esperienza abitativa, mantenendo sempre centrale l’essenza del luogo e delle persone che lo vivranno.

Intervista a cura di Beatrice Manocchio

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