Quando l'architettura migliora la vita: il racconto di Green Cube Hub

Quando l'architettura migliora la vita: il racconto di Green Cube Hub

Green Cube Hub non è solo il nome di uno studio di architettura, ma rappresenta una visione progettuale che l’arch. Gianluca Lella, il fondatore, porta avanti da anni attraverso il suo lavoro. Abbiamo avuto il piacere di confrontarci con lui che, in una frase, ha sintetizzato l’identità del suo studio: “Green Cube Hub progetta spazi in cui natura, tecnica e architettura dialogano tra loro per creare luoghi solidi, sostenibili e capaci di migliorare il benessere delle persone”. In questa intervista abbiamo cercato di raccontare il suo pensiero, in cui sostenibilità e rapporto con la natura, solidità, misura e qualità dello spazio costruito, inteso come luogo di incontro, si traducono in un’architettura capace di coniugare utilità e bellezza.

Qual è la sua definizione personale di "buona architettura"?

Sin dagli anni dell’università mi è rimasto impresso un concetto che ancora oggi considero centrale: l’architettura deve saper coniugare firmitas, utilitas e venustas, cioè solidità, funzionalità e bellezza, come scriveva Vitruvio, oggi aggiungerei anche la parola sostenibilità. Una buona architettura nasce dall’equilibrio tra questi elementi, non basta quindi che un edificio sia tecnicamente corretto, così come non basta che sia esteticamente gradevole o semplicemente funzionale, deve essere sicuro, deve rispondere realmente ai bisogni di chi lo vive e deve anche generare qualità, emozione, identità. La sfida del momento è renderlo anche sostenibile soprattutto dal punto di vista ambientale, ai tempi di Vitruvio non c’era il problema del consumo dei suoli, dell’inquinamento, tutte problematiche con le quali però oggi dobbiamo confrontarci. La difficoltà del nostro lavoro sta proprio nel trovare questo bilanciamento. Solo allora l’architettura diventa qualcosa di più di una costruzione: un luogo capace di migliorare la vita delle persone.

Crede che l’architettura abbia una responsabilità sociale oltre a quella estetica e funzionale? Se sì, in che modo?

Assolutamente sì, l’architettura ha una responsabilità sociale molto forte, perché noi viviamo costantemente dentro l’architettura, lo facciamo nelle città, negli edifici, nelle case, negli uffici, negli spazi pubblici, nei luoghi di incontro. Uno spazio ben progettato può migliorare il benessere delle persone, può favorire relazioni, può rendere più semplici i gesti quotidiani, può far risparmiare tempo, può incidere sull’umore e persino sulla salute. La qualità della luce, dei materiali, della distribuzione degli ambienti, della ventilazione, del verde, sono parte della qualità della vita e sono tutti elementi che si progettano. Gli architetti possono scegliere, decidere, progettare, modificando così la percezione che le persone hanno di quell’ambiente, di quelle architetture. Per Green Cube Hub questo aspetto è centrale, l’architettura non deve limitarsi a produrre edifici, ma deve contribuire a costruire ambienti più salubri, più efficienti, più vivibili e più capaci di creare relazioni. Una buona architettura può aggregare, far incontrare le persone, generare senso di comunità, il progetto architettonico diventa anche un atto sociale.

Casale

Quando riceve un nuovo incarico, qual è il primo elemento che analizza e da dove parte il processo progettuale?

Il primo elemento che analizziamo è sempre il contesto non inteso solo come un luogo fisico, ma anche come storia, orientamento, luce, preesistenze, esigenze della committenza, vincoli tecnici, economici e normativi. Ogni progetto nasce dall’ascolto, prima di disegnare, bisogna capire, capire lo spazio, le persone che lo utilizzeranno, i problemi da risolvere e le potenzialità che magari non sono immediatamente visibili; da questa fase di analisi parte poi il processo creativo, si costruisce un’idea, si cercano riferimenti, si verificano soluzioni tecniche, materiali e impianti. In Green Cube Hub lavoriamo molto sull’integrazione tra competenze diverse: architettura, impianti, energia, strutture, sicurezza e gestione del cantiere devono dialogare fin dall’inizio, questo consente di sviluppare progetti più coerenti, più realistici e più efficaci.

Può raccontarci un progetto che, durante il suo sviluppo, ha preso una direzione diversa da quella inizialmente immaginata? Cosa ha determinato questo cambiamento?

Mi viene in mente un concorso di progettazione che abbiamo vinto a Grottaferrata, una cittadina dei Castelli Romani in provincia di Roma. Il tema era la realizzazione di un parcheggio multipiano interrato sotto una piazza; all’inizio, il ragionamento era concentrato sul parcheggio: le auto, la struttura, gli accessi, la funzionalità dell’opera. La piazza, in una prima fase, era stata pensata soprattutto come superficie conclusiva del progetto, una geometria interessante, pavimentata, con alcune aree verdi, in seguito però abbiamo cambiato completamente punto di vista. Il paesaggio è entrato al centro dell’idea progettuale, abbiamo pensato che potenziare quello spazio urbano poteva anche migliorare il benessere dei cittadini, così e la natura è diventata il materiale principale del progetto. Il parcheggio è stato inserito in un sistema più ampio, abbiamo immaginato una collina verde, un parco a bassa manutenzione, capace di contenere al suo interno la funzione del parcheggio ma, allo stesso tempo, di restituire alla città uno spazio più vivibile; quindi, niente superfici pavimentate ma una collina verde nel cuore della città. Questa scelta permetteva anche di contrastare il fenomeno dell’isola di calore, tipico dei centri urbani quando si hanno grandi superfici pavimentate, generando un microclima più confortevole e migliorando la qualità dello spazio pubblico, e offrendo uno spazio sia ai cittadini che alla fauna del posto. È stato un progetto importante perché ha dimostrato una cosa in cui crediamo molto: non bisogna mai affezionarsi troppo alla prima idea, a volte serve il coraggio di metterla in discussione, persino di stravolgerla, di buttare il lavoro di giorni, per arrivare a una soluzione più giusta. In quel caso non abbiamo semplicemente progettato un’infrastruttura, ma abbiamo cercato di trasformarla in un’occasione di miglioramento per l’ambiente e i cittadini, l’idea ha vinto.

Grottaferrata

Per Green Cube Hub la sostenibilità è principalmente un requisito tecnico o un principio culturale che guida ogni scelta progettuale?

Per noi la sostenibilità è prima di tutto un principio culturale, naturalmente deve diventare anche un requisito tecnico misurabile: efficienza energetica, riduzione dei consumi, scelta dei materiali, comfort interno, impianti performanti, durabilità dell’intervento. La sostenibilità però non è una parola unica e semplice, può essere ambientale, economica e sociale. Un progetto sostenibile non è soltanto un progetto “green” dal punto di vista dei materiali o degli impianti; è un progetto che funziona nel tempo, che consuma meno risorse, che migliora la qualità della vita e che sia anche compatibile con le possibilità reali della committenza. Bisogna essere molto concreti, a volte le migliori soluzioni ambientali si scontrano con i budget disponibili, con i tempi, con i vincoli dell’edificio o con le priorità del cliente; per questo il nostro lavoro consiste nel trovare il miglior equilibrio possibile proponendo soluzioni sostenibili, ma anche realizzabili, economicamente sensate e coerenti con il contesto. In Green Cube Hub la sostenibilità non è un’etichetta da applicare alla fine del progetto, è un modo di pensare che deve orientare ogni scelta, dalla prima idea progettuale fino al cantiere, dalla prestazione energetica alla qualità degli spazi, dal rapporto con la natura al benessere delle persone.

Lariano

Qual è il valore che attribuisce al recupero e alla riqualificazione degli edifici esistenti rispetto alle nuove costruzioni?

Per me il recupero e la riqualificazione degli edifici esistenti hanno un grande valore, soprattutto in un Paese come il nostro, dove il patrimonio costruito è enorme e spesso necessita di essere adeguato dal punto di vista energetico, funzionale, strutturale e impiantistico. Riqualificare significa ridare vita a ciò che esiste, ridurre il consumo di suolo, valorizzare la memoria dei luoghi e migliorare la qualità degli edifici senza necessariamente espandere la città. Allo stesso tempo credo che serva anche più coraggio e più lucidità, non sempre recuperare è la scelta migliore, ci sono situazioni in cui edifici molto degradati, energivori, poco sicuri o privi di qualità possono essere trasformati meglio attraverso una demolizione e ricostruzione, purché questo avvenga senza consumare nuovo suolo e con criteri progettuali più avanzati. Il vero tema non è contrapporre recupero e nuova costruzione, ma valutare caso per caso quale intervento produca il miglior risultato per l’ambiente, per le persone e per la città. A volte conservare è un valore, altre volte ricostruire meglio è una forma di responsabilità. L’importante è non ragionare mai in modo ideologico, ma avere una visione tecnica, culturale e sostenibile. 

Credits: Green Cube Hub
Intervista a cura di Beatrice Manocchio

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