Un unico linguaggio, molte scale: la visione dello Studio Adolini
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Chi ha detto che architettura, design e industria non possono dialogare tra loro? Lo Studio Adolini smentisce questo mito attraverso progetti in cui queste tre dimensioni si fondono armoniosamente creando pezzi unici.
Passato e presente, conservazione e innovazione: una tradizione che si tramanda di padre in figlio e che, nel tempo, si è trasformata senza perdere la propria autenticità. Ne abbiamo parlato con l'architetto Niccolò Adolini, partner dello studio, approfondendo il metodo e la visione che ne guidano il lavoro.
Quanto è importante oggi per uno studio muoversi tra diverse scale progettuali senza perdere identità?
Diciamo che la scelta di muoversi tra scale diverse è, per noi, una condizione naturale e quasi obbligata, essendo uno studio che si occupa sia di progetti di architettura sia di design di prodotto. In entrambi i casi, pur lavorando su dimensioni e complessità differenti, l'approccio progettuale rimane lo stesso: attenzione al dettaglio, coerenza compositiva e, prima di tutto, centralità della funzione. Diamo priorità all'aspetto funzionale, per poi sviluppare quello estetico e verificarne la fattibilità progettuale. È un processo che, ormai, all'interno dello studio avviene in maniera spontanea. Ciò che ci gratifica maggiormente è percepire dall'esterno il riconoscimento della paternità di un edificio o di un prodotto: significa che siamo riusciti a lasciare un segno chiaro, coerente e riconoscibile.
Nei vostri progetti si percepisce spesso un dialogo tra passato e presente: come si costruisce un equilibrio credibile tra conservazione e innovazione?
Siamo entrambi convinti che gli oggetti legati alla tradizione rappresentino una solida base di partenza. L'utente finale ha bisogno di sentirsi a proprio agio e rassicurato quando si avvicina a un nuovo prodotto. Perché questo accada, riteniamo corretto partire da qualcosa di familiare per poi evolverlo in chiave contemporanea, introducendo eventualmente nuove funzioni o elementi tecnologici, senza però perdere un aspetto rassicurante e riconoscibile.


I nostri prodotti avranno sempre questa doppia anima: tradizione e innovazione. Aura ne è un esempio. Una lampada che nasce dal contrasto tra luce e ombra. Più che disegnare semplicemente un oggetto luminoso, volevamo creare una presenza capace di arredare lo spazio anche attraverso quello che la luce genera intorno a sé. Quindi il tema centrale è diventato proprio il gioco tra luce e ombra, tra presenza e dissolvenza. L'idea era che questa lampada potesse vivere sia indoor che outdoor e che riuscisse a caratterizzare l'ambiente in modo molto delicato, proiettando la sua texture sule pareti o sugli arredi quasi come una carezza, in modo mai invasivo. Era un effetto che cercavamo con precisione e, per arrivarci, abbiamo eseguito un lavoro piuttosto lungo di prototipazione. Abbiamo sperimentato diverse soluzioni, diversi materiali e diversi modi di filtrare la luce, finché non siamo arrivati a quella che ci è parsa la sintesi più equilibrata. La soluzione finale è un corpo in plexiglas rivestito in textilene soft touch che avvolge la fonte luminosa.
In questo gesto c'è anche un richiamo abbastanza evidente alla lanterna, però reinterpretata in una chiave più contemporanea. Della lanterna ci interessava soprattutto recuperare due aspetti: la leggerezza e la trasportabilità, due qualità che per noi erano fondamentali. Una volta trovata la struttura giusta, abbiamo iniziato a lavorare sulle proporzioni e sulle dimensioni, perché volevamo che l'oggetto potesse rispondere a usi diversi. Per questo abbiamo sviluppato due versioni: una più compatta, pensata per il tavolo, e una più grande, che può funzionare bene anche accanto a un divano come luce d'atmosfera. In entrambi i casi abbiamo scelto una tecnologia cordless LED ricaricabile, proprio per mantenere questa idea di libertà e flessibilità. Un altro elemento a cui tenevamo molto è la possibilità di sospendere i corpi luminosi. La parte inferiore è stata lasciata volutamente aperta proprio per consentire, quando la lampada viene sospesa, una doppia qualità della luce: da una parte filtrata dalla texture, dall'altra più diretta. Anche questo ci sembrava un modo interessante per amplificare il dialogo tra luce e ombra, che poi è il cuore dell'intero progetto.
Quando collaborate con un'azienda, quanto il mondo industriale influisce il vostro linguaggio progettuale?
Il nostro è un linguaggio che spesso in molti definiscono industriale, forse per il fatto che ogni prodotto progettato sia ripetibile per N volte grazie alla sua natura espressamente industriale. Ma in realtà è molto più poetica e romantica. Ogni prodotto nasce da un'esigenza reale, magari per assecondare o migliorare un gesto quotidiano.

Ne è un esempio Orbi, che nasce proprio da una necessità molto comune. Quante volte ci sediamo sul divano e, poco dopo, sentiamo il bisogno di prendere un libro, un bicchiere o semplicemente il telecomando? Sono oggetti vicini, apparentemente a portata di mano, ma spesso non abbastanza comodi da raggiungere. Quindi ci alziamo, li prendiamo e ci risediamo. È un gesto piccolo, quasi automatico, ma che ripetiamo continuamente.
L'idea è partita esattamente da qui: immaginare un tavolino mobile, capace di avvicinarsi al divano nel momento del bisogno e poi di tornare facilmente nella sua posizione di riposo. Ci interessava che questa funzione fosse integrata in modo discreto, senza risultare troppo evidente, quasi nascosta dentro un oggetto elegante e domestico. In più, nella parte inferiore, abbiamo inserito una zona contenitiva organizzata in più scomparti.
Da lì è iniziata anche la ricerca formale. Ci siamo chiesti quali forme potessero convivere in modo armonioso e immediato. La prima immagine che ci è venuta in mente è stata quella di un cerchio inscritto in un quadrato: due forme pure, essenziali, molto diverse ma perfettamente equilibrate insieme.
Una volta trovata questa armonia, siamo passati alla parte tecnica. Ci siamo chiesti come far ruotare il tavolo, quali materiali utilizzare, quanto potesse sporgere senza perdere stabilità. Questo per noi è un passaggio fondamentale, perché come studio siamo molto appassionati del funzionamento dei progetti. Non ci interessa solo l'idea in sé, ma anche il modo in cui prende forma e diventa reale. Ci piace seguire direttamente lo sviluppo del prodotto, viverlo in prima persona, senza demandare tutto all'ufficio tecnico dell'azienda. Per questo abbiamo sviluppato diverse soluzioni studiando pesi, sbalzi e inclinazioni fino ad arrivare, anche grazie al supporto tecnico dell'azienda, alla definizione finale del tavolo.


Studio Adolini è anche una realtà familiare, in che modo il passaggio generazionale incide sulla visione dello studio e sulle sue evoluzioni?
Come già anticipato nelle risposte precedenti, uno dei punti di forza dello studio è proprio la fusione di esperienze, stili e visioni diverse che padre e figlio mescolano quotidianamente, ormai da diversi anni. Abbiamo percorsi e formazioni differenti: alla visione più pratica, solida e sicura di mio padre si affiancano pensieri più tecnologici e talvolta più audaci, orientati a immaginare un futuro prossimo. Da questo dialogo nasce la sperimentazione, che passa attraverso schizzi, modellazione 3D, render e prototipi, spesso in scala 1:1, per comprendere l'effettiva natura delle cose. È un processo che richiede tempo e che, spesso, offre risposte capaci di riportarti al punto di partenza. Un percorso lungo, selettivo e quotidiano, che affrontiamo con la stessa attenzione indipendentemente dall'azienda con cui collaboriamo o dalla tipologia di prodotto.
Avete appena partecipato alla Milano Design Week 2026, quali segnali avete colto e cosa ci dicono sul futuro prossimo del design e dell'architettura?
Sarebbe interessante porre questa domanda anche alle aziende, in parallelo. A nostro avviso, il Salone del Mobile 2026 ha dato segnali positivi: forse qualcosa sta davvero cambiando. Le aziende italiane sembrano tornare a fare ciò che hanno sempre saputo fare meglio: innovare, stupire e, in qualche sporadico caso, anche esagerare. Probabilmente si sono rese conto che fare la guerra del prezzo più basso ai Paesi asiatici è una battaglia persa in partenza. Abbiamo bisogno di tornare a essere leader nel mercato del "su misura", del customizzato e delle scelte non scontate. Serve innovare, non semplicemente importare. Capisco che l'import possa sembrare la scelta più rapida e redditizia, ma le grandi aziende che hanno fatto la storia del design italiano non sono riconosciute nel mondo per la loro capacità di importare bene. Abbiamo una cultura, un gusto e un saper fare che vanno riscoperti, valorizzati e proposti al giusto prezzo, senza però abusarne.
Credits Studio Adolini
Intervista a cura di
Beatrice Manocchio